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Un mondo senza cielo e senza inferno
     Annotazioni al romanzo di Enea Biumi **Bosinata**, Scrittura Creativa Edizioni, Borgomanero, (Novara), Maggio 2000

Ricevo piuttosto regolarmente dall'Italia libri di poeti e scrittori giovani o no.
Ed è sempre una piacevole sorpresa - con cautela - constatare che in Italia, fuori dalla letteratura commerciale e di boriosa ufficialità, esiste una affannata ricerca d'espressione : ,,il mondo che parla".
Quest'estate a fine luglio avevo ricevuto Bosinata   di Enea Biumi. Trovo il tempo solo adesso, nel pieno autunno, di leggerlo e scrivere le mie annotazioni.
Normalmente, qui da lontano, dalla Germania, non conosco di persona gli autori. Li vengo a conoscere solo attraverso la loro opera. È un poco come con gli scrittori  del passato, con la bella differenza che questi autori  sono uomini viventi e uomini del tempo in cui io vivo.
Scrivo  queste  annotazioni  sempre  con  appassionato  interesse,  senza obbligazioni, in quanto mi sollecitano a ,,vedere" più in là, ad uscire da me stessa, per poi rientrarvi,  nel confronto onesto con quello che mi trasmette la fantasia creativa in parole dell'autore nella sua composizione. E in questo confronto continuo sempre a imparare qualcosa.
È per me quasi un esercizio fisico nel ritmico alternarsi  d'allenamento e riposo: il mio corpo , dopo i primi storpiamenti, si fa meno pesante, diventa più agile e mi avvicino, pur nel distacco, ad altri uomini. L'autore diventa il libro e il libro diventa l'autore.
La Bosinata di Enea Biumi è uno di questi libri che non solo offrono il piacere raffinato di una lingua ,,che parla", ma da  al lettore anche la possibilità di riflettere   e  di  aggiungere  all'opera  qualcosa  di  più,  per  cosi  dire,  di continuarla, espandendola in un dialogo mentale e rituale con il mondo.
In ogni regione  italiana v'è una speciale denominazione per i contadini, specialmente per quelli che si allontanano dal loro luogo nativo. Per fare un esempio molto noto, a Roma si chiamavano ..burini" i contadini romagnoli che venivano a lavorare la terra nell'agro romano. E cosi venivano chiamati ,,bosin" nel territorio  lombardo i contadini che scendevano dai loro monti e dalle loro valli  e si inurbavano nella grande città di Milano e li  forse nella inquietante loro posizione di corpi estranei ,,cantavano storie" minacciose, per le strade cittadine. I loro canti satirici erano le famose ,,bosinade".
Queste denominazioni per i contadini si ampliavano inesorabilmente in un significato sprezzante per designare un comportamento  di  persona zotica, rozza, grossolana, ignorante e volgare   e quindi provinciale,  nell'evidente contrasto della manierata condotta della ,,società superiore" dei padroni, dei signori, dei prelati.
Ma il popolo del contado poteva avvicinare il popolo della città nel fascino spettacolare della sua fantasia, raccontando per le strade e le piazze, storie (episodi) di vizi e virtù di tutto il complesso sociale umano m cui vivevano, accompagnando la parola con gesti, musica e danze, il tutto un poco carnevalesco, un po' macabro, ma sempre nel gusto arguto del riso. Nel riso lavavano i panni sporchi del peccato sociale. E  la carne diventava Verbo e il Verbo era una forma di lotta di classe, una festa collettiva del popolo contadino e cittadino contro i potenti e i loro comandamenti. Burlandosi anche un poco di  se stessi si faceva ammonimento alla comunità con la smorfia oscena del satiro.
La “bosinada", come tante altre forme di canto popolare satirico, è un antica  testimonianza di satira carnevalesca nella festa rituale collettiva propiziatoria  per allontanare il male, - come ci informano studiosi di origini del teatro  e  delle tradizioni popolari  e della loro trasmutazione nelle forme di cultura della  classe commerciale rinascimentale, principalmente fiorentina,  e quindi  poi  della nuova classe borghese illuministica  e infine glorificata nella forma del  vero capitalismo. ( cfr. Paolo Toschi Le origini del teatro italiano ,  Ed. P.Boringhieri,  Torino,  1976).
Questi racconti erano espressione di denuncia, riflettendo e defecando sulla  staticità della morale sociale. Ma questa festa rituale è ormai solo racchiusa nei  libri degli studiosi, le cui parole per quanto sagaci, rimangono solo informative  per la storia delle tradizioni ma non servono a riportare a galla quello che ai  nostri  tempi  per  l'uomo  sembra  perduto  per  sempre.  E  il  buco  nero  s'ingrandisce via via vivendo, sempre più. Per quanti sforzi si faccia la nostra  cultura non è più ossessione liberatoria, festa culturale, invenzione e rivolta e  infine confessione ossessiva dei propri mali, da superare nella voglia vitale di   esistere e non solo sedimentare.
La commedia non è più divina. C'è , fra le tante , una bella frase nel libro di   Paolo Toschi, una frase molto incidente e mi piace ripeterla :« ... mentre nei   teatri d'oggi è la commedia che provoca il riso degli spettatori, qui invece e il   riso degli spettatori che produce la commedia.» (opera citata, pg.9).
L'uomo dell'oggi si è da tempo impantanato sulla sua terra, scorge e scruta   solo se stesso, poco si accosta agli altri e caso mai soltanto per opprimerli -  nella rivendicazione di se stesso - in una schiavitù dello spinto e di prassi.
L'uomo nasce e muore e rinasce ancora in ogni nuovo individuo un essere   rifatto  su schemi permanenti bigotti, impregnati fin dalle prime ore della sua   vita e ribattuti  senza tregua per tutta l'infanzia e adolescenza. Il suo ciclo  diventa sempre più ristretto,  un piccolo spiazzo frantumante nella tediosa quotidianità, senza splendori di azzurro Azure hath a canker by usura  (Ezra Pound) e di luce rinnovatrice. Ho qui davanti a me un quadro che amo molto,   perché mi esprime questo “consumato amore" : è un quadro con la citazione di   parole di un grande poeta Ezra Pound, che io tengo riguardosamente sempre sotto i miei occhi, sulla parete della veranda, là dove il sole del cielo si riflette e un quadro di Manfred Beelke, pittore berlinese, con cui io da sempre vivo. E non per caso.
Un aria scialba, squallida di mezza estate dolente. Anche gli abissi infernali  sono svaniti: quando si nasce già con l'anima nera tutto poi diventa nel corso della vita da vivere, bianco e pulito,  senza una vocazione d'amore e di vita vissuta e quindi sofferta., ma con una nostalgia di un vivere  non concesso e permesso.
Insomma continuamente un'esistenza umana mancata. Si potrebbe pensare che questo uomo dell'oggi sia un individuo tormentato, doloroso:  ma è solo dolorante. C'è troppa malattia in questa salute. La sua raggiunta meschinità lo lascia sotto sotto tranquillo in quanto ogni bilancio tragico è evitato nel suo triste orizzonte.  L'orizzonte  rimane  però continuamente misero  e senza via d’uscite.   Un   vivere   forsennato,   da   episodi   a   episodi,   senza   vero concatenamento, senza possibilità di collegamenti, brillante nel sapere virtuoso di scienza dello spirito e della scienza tecnica. Ma la natura gli sfugge, le magie naturali gli sono estranee anche se ricercate. Ricorre continuamente alla scienza esatta e alla scienza del profondo e persino alla magia della superstizione. Ma nulla gli giova. Cui bono?   La risposta è  con ironia mediterranea : ,,Boh!”
Come andare avanti? Avanti come sempre, nel rifiuto di ogni chiaribile consapevolezza. Magie drogate nella corsa verso se stessi, la quale non finisce mai,  non ha un inizio ne una fine. Che cosa ci serve ?  Tutto a nostro particolare vantaggio. L'uomo non è un fine - come scriveva Moravia - l'uomo è un metodo per annientare l'uomo e la sua possibile esistenza.
Il   popolo  contadino  o  cittadino  non  canta  più.   Gli  alterchi   sociali   sono scomparsi, la realtà diventa sempre più invisibile al lume della ragione.
L'aristocratico,  che pur esiste ancora, è pietoso nei suoi camuffamenti; il borghese, che pur esiste ancora, non ha più un volto;  il cristiano, che pur esiste ancora, si affanna a parlare di un Cristo morto sulla croce, ma nessuno vuoi saperne di morire sulla croce, dato che il dolore è cancellato; l'operaio che esiste ancora, non sa di esserlo e schiaffeggia chi gli parla di lotta di classe.
Il  comunismo,  l'utopia di  una uguaglianza tra  gli  uomini,  è  -  anche  nei  più resistenti - una sfacciata menzogna. Rimane per ognuno la ricerca di una via personale,  lo sfogo su un nocciolo segreto di privata  originalità,  molto umoristico - non comico - al confronto  di una società che si basa solo sull'effettività.   Siamo una massa di gente insoddisfatta  di piccoli borghesi, avvolti in una nebbia di felice ignoranza e di consumata limitatezza.
La  Bosinata di Enea Biumi, pubblicata (guarda il caso) nelle feste rituali di maggio è  un  canto  rituale    di  richiamo  stratificato  che  include  le trasformazioni sociali avvenute e a venire. Siamo nell'oggi, con ricordi  di memoria teatrale del passato. Ma il teatro rimane racchiuso in noi stessi. C'è un tentativo di richiamo di un pubblico che ascolta. Ma, credo, questo pubblico mancherà, per la solita distrazione. La denuncia è evidente nel sorriso, un poco sforzato. Nell'espressione la commedia si sta facendo  divina  , in quanto è lo spettatore - se esiste - che genera la commedia!
Ma cerchiamo di vedere come si svolge questa composizione satirica con basi tradizionali antiche, rinnovate nel racconto di una prosa scorrevole, senza salti di tagli ,,avanguardistici" e confusionari nella denigrazione, ostili a un discorso.
Un romanzo che è diviso in episodi.
Non mi stanco mai di ripetere che cosa vuoi dire “episodio" : una parola molto comune, ma che nell'uso ha perso un tanto del suo significato storico: di derivazione dalla tragedia greca,  gli episodi sono le parti dialogate poste tra uno stasimo (canto del coro, stando in posizione ferma) e l'altro, e quindi narrazione  che  presenta  uno  svolgimento  autonomo  inserita  nell'azione
complessiva, lasciata  aperta alla cognizione mentale dello spettatore. Lo svolgimento di un romanzo dell'epoca attuale  sceglie preferibilmente  e adeguatamente al corso del nostro sviluppo dell'ordine tra gli umani sulla terra, episodi : cioè  storie  personali,  autonome, che però sono da riportare  a un tutto intero corale di fissità storico-sociale degli eventi. Autonomo, personale, individuale, che però è una gemma di un tutto complesso, da non eliminare.
Cerchiamo di vedere come si impenna lo sgranare degli episodi: si sviluppano innanzi tutto in una prospettiva interiore,  nella psicologia e patologia di un personaggio (una terza persona ) l'insegnante di storia , messo in pensione, il signor Diemme. Il primo episodio, intitolato LA FESTA, ce lo presenta subito nelle sue tribolazioni  di ..intraprese ecologiche" nel tentativo di piantare   e lasciar crescere il gelso, seguendo accuratamente il libretto fatelo da voi.. Alle sue spalle stanno già ben ,,sei tentativi falliti - uno in primavera , uno m autunno : ogni anno ..." . Impariamo a poco a poco, frammento dopo
frammento, mai tutto d'un colpo, in una descrizione unica di prosa, ma teatralmente,  a sapere tutto di lui , il quale nel suo rifugio dell'anima , non può evitare di avere intorno a sé tutto un terreno di impedimento alla sua infine ricercata libertà : prima di tutto il grande cerchio della sua famiglia, con tutta una tradizione passata e presente, poi quello della servitù, e infine, al di
fuori del suo palazzotto, l'ambiente in cui vive, la sua città : „ Si ostinava a chiamarla città. Invero si trattava di una cittadina, meglio ancora d'un paesotto,  un po' risorto negli ultimi tempi per via del turismo nostrano: certi milanesi  che non potendo permettersi Rimini, Albenga o Cesenatico, vi dimoravano  l'estate, giusto per dire : «Che belle ferie che ho passato! Oh!... Ma  Milan e  poeu puì" (pg.14).                                                .
E anche nel tempo del racconto, non solo da episodio a episodio, ma da episodi  interni ai diversi intitolati episodi, ricostruiamo tutto un mondo : un mondo  decisamente delineato da un mondo di provincia, ma che nel nostro cuore di
lettore, e certamente anche nel cuore e mente dell'autore, ci fa esclamare, come  il  poeta  slovacco  Laco  Novomesky  :«Lei   crede   davvero   che  soltanto  là  avvengano queste cose? No, è lo stato attuale del mondo».
Si fa presto a ridicolizzare  la provincia,  dall'alto del trambusto  di  una  metropoli che si inalbera come conduttrice di cultura viva e moderna. Sono  cose forse del passato. Ma ogni metropoli non potrebbe esistere senza la provincia. Mi piace sempre un poco ripetere le belle parole del fantasioso  Federico Fellini, che veniva dalla provincia e che sempre ha rappresentato  questo ambiente di provincia, anche nei suoi film orientali nelle grandi città, designando la provincia che è in ognuno di noi, in cui affermava all'incirca  così :  «Dalla provincia  nasce la cultura!».  Ed erano  le sue parole  una  indiscutibile verità.  Solo nell'oppressione, nella ristrettezza,  nella mancanza  d'aria, nasce la volontà di esprimersi, di un alito di corrente,  di trasgredire le  norme imposte, di gridare una propria voce, di opporsi a quello che si chiama  “naturalezza", ma che natura non è, bensì forza del conformismo, per fare tutti contenti e per vivere tutti in santa pace senza pace. Non per niente, il  secondogenito del signor Diemme ha le sue “feste" cioè le sue crisi di nervi,   che nessuno può curare, neppure un rinomato neurologo tedesco, a cui è stato   affidato, neppure i diversi cristiani cattolici che frequentano la vecchia villa dei Diemme, ma solo e pur solo un atto di liberazione a tutte le inibizioni imposte: uno scoppio di amore corporale, un incontro tra corpo a corpo nella giovane età, tra  uomo e donna, nel piacere dei sensi, ma un piacere  da ripetere continuamente, un piacere animalesco e rivitalizzante per tutte le “ragioni" di   buona condotta cristiana, cattolica, borghese, beghina e ipocrita, che ignora e  vuoi ignorare che l'amore esiste, ma esiste solo nel mondo-momento che si fa.
Tutto l'altro è vero e proprio  “consumato amore".  È l'ultimo episodio intitolato  CALA  LA  TELA,  che  ci  spiega  questo. “Cala  la  tela"  è   un'espressione teatrale, per dire, l'opera teatrale per stasera è finita così, si ripeterà di nuovo, nel teatro, quando si ripeterà l'azione teatrale, lo spettacolo, ogni sera ( perché normalmente di sera si “gioca a teatro” nel nostro tempo). E sempre il corpo sarà un linguaggio inaudito di energia di vita. Una volta si recitava di giorno. Ma da quando il teatro è ,,casa chiusa" si recita di notte, quando le ombre ci fanno inquiete. Ma ,,cala la tela" è anche un gioco di parole, in quanto ,,tela" vuoi dire anche stoffa, cioè vestiti, e i corpi nudi di due giovani nel gioco dell'amore, portano la madre allo svenimento, al suo forsennato incompiuto ruolo di madre, che non vuoi accettare di non essere lei l'unica donna d'amore del suo generato figlio! È questa la criminalità materna borghese, allontanata da tutte le culture arcaiche, residuo di un essere : la ,,grande madre", la terra. ,,Una criminalità", mai considerata e nominata negli studi analitici di psicologia, in cui molto si tiene conto del ruolo del padre, ma poco del ruolo intoccabile, del ruolo della donna-madre. Per quanto moderni noi siamo, siamo molto lontani dall'aver capito qualcosa. La donna-madre che rifiuta  il  suo atto sessuale e lo  sublima in una forma  diventata  asessuale attraverso il ,,suo divino amore materno"  verso il  figlio prodotto in carne ed ossa, e rigetta in forma ossessiva questo suo stato immobile e nostalgico sul giovane figlio, che dovrebbe essere solo il ,,suo" , innocente  e immortale, quindi non sessuato! Il potere del possesso che si contrappone all'essere posseduto.
Purtroppo, al nostro tempo attuale,  sotto tutti i diversi cicli nei diversi paesi del mondo umano, la letteratura - e tutte le altre forme d'espressione artistica che l'uomo ha sviluppato - ha perso, nel cinismo e funzionalità della vita, la sua antica “divina” funzione di oracolo trasmesso agli uomini, di congiunzione tra cielo e terra, tra terra e cielo, di messaggio di parola, di Verbo che agisce sulle forme della mente umana, che giuda, in un certo modo, con giubilo e lamento, l'uomo nella sua ricerca di senso di esistenza.
Così come Nietzsche gridava a tutti i venti che Dio è morto , o come Pier Paolo Pasolini cercava di rimettere un ,,dio" nel corpo vivente, esprimendo la poesia della realtà e tanti altri profeti del passato. Dante, Rimbaud, Hòlderlin, Pound, ecc. ecc., cosi l'arte è un ,,dio assassinato", che però vive in agonia, sconfinata nel luogo più oscuro di noi stessi, anche se messa fuori funzione!
Certo l'uomo è un essere mortale, e questo l'ha sempre saputo, dai primordi.
Ma nella sua mortalità si è sempre sostenuto in una forza vigorosa del vivere, ricercando e alimentando sentimenti di continuità.
Forse l'insegnante di storia,  professor  Diemme, ritroverà,  attraverso  il superamento della crisi del figlio e attraverso la crisi di nervi della moglie,  attraverso  giovani  critici  della  religione,  attraverso  il  dolore  di  tutta un'umanità di “schiavi" al servizio di “padroni", il modo per ricoltivare  l'albero di gelso, un albero, una volta fonte di ricchezza, le cui foglie nutrivano  i bachi da seta, ormai quasi del tutto scomparso nel paesaggio settentrionale a  favore delle tecniche sintetiche. Ma se non sarà lui. Diemme, nasceranno forse  giovani  bachi da seta, che riprenderanno  in  mano  le  “bosinade" e  si rivolteranno contro un mondo superficiale e pieno di stupidità, per installare  un verace mondo d'amore e di collegamenti umani. Una bosinada, mille  bosinade!

Prof.ssa  Marina Beelke,  Berlino